VesproLa missa “In illo tempore” rappresenta il punto più alto della produzione musicale sacra rispondente ai criteri polifonici e contrappuntistici tipici della scrittura rinascimentale di C. Monteverdi. La messa fa parte del volume pubblicato nel 1610 da Ricciardo Amadino a Venezia contenente anche il notissimo Vespro, capolavoro assoluto composto nei nuovi stilemi monteverdiani, e sono entrambi composti per le festività della Beata Vergine. Questo volume, senz’altro tra i più importanti per lo sviluppo della Musica Sacra nella storia, è dedicato a Papa Paolo V probabilmente per far conoscere le proprie grandi capacità, destare grande impressione anche nelle realtà musicali legate al Vaticano e, perché no, per ottenere un impiego presso il Pontefice Massimo. La pubblicazione del volume avviene prima del suo allontanamento dalla corte dei Gonzaga a Mantova e della conseguente assunzione di Monteverdi nella Basilica di S. Marco a Venezia, in un periodo in cui la realtà mantovana cominciava a stare stretta all’autore cremonese, il quale cominciava a subodorare l’impossibilità di fare considerevoli scatti di carriera in seno al ducato gonzaghesco.

Come possiamo vedere dal frontespizio dell’opera, Monteverdi sceglie di dare alla Messa una posizione senza dubbio preminente rispetto al Vespro: in primo luogo perché questo volume era pensato per la città di Roma e del Vaticano; questi ambienti all’epoca erano molto più conservatori rispetto al nord Italia, ed avrebbero di certo prediletto le sue abilità nella scrittura contrappuntistica piuttosto che le sue innovazioni più legate allo stile concertato e spinto verso il barocco. Secondariamente, per l’effettiva e straordinaria ricchezza della composizione della Messa. Possiamo trovare infatti al suo interno un contrappunto meraviglioso, molto complesso ed estremamente ricco, di molto difficile esecuzione.

La messa è scritta per sei voci e basso continuo, con il secondo “Agnus Dei” a sette voci. La nostra scelta è quella di eseguire questo complessissimo capolavoro con un coro raddoppiato, per quanto riguarda le quattro voci inferiori, da un consort di Viole da gamba, ed eventualmente due violini per le voci di soprano più un organo per il “basso continuo”. Questa scelta è dettata dal fatto che l’imponenza del contrappunto necessiti una sonorità molto ricca, alla quale può provvedere una sezione di coristi più una viola per ogni singola voce, soprattutto per quanto riguarda le voci inferiori, in modo da avere un sostegno molto importante su cui costruire gli arabeschi superiori; in secondo luogo crediamo sia necessaria un’esecuzione con una massa sonora maggiore rispetto ad un consort madrigalistico di soli 6 cantanti, per rendere giustizia alla richiesta di Monteverdi che scrive un’opera molto complessa e solenne.

La pratica del raddoppio della polifonia è una prassi consolidata e diffusissima nel rinascimento e barocco, testimoniata da numerosi documenti, manoscritti musicali, indicazioni ai musicisti presenti nelle stampe e cronache dell’epoca, nonché dall’iconografia musicale in cui i cantanti sono spessissimo accoppiati ai musicisti.

Per l’esecuzione di questa Messa ci avvarremo di un manoscritto bresciano della seconda metà del ‘600, in cui questa messa appare in partitura trasportata al grave di una quarta e dalla quale si ricavano importanti indicazioni sia per quanto riguarda la “musica ficta” che per gli aspetti legati alle concertazione e alla fraseologia.